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Ciclismo | 23 marzo 2019, 17:16

Ciclismo - A tu per tu con Elisa Balsamo: "Per me lo sport è uno stile di vita"

L’atleta della Valcar PBM ha visitato il Museo della Bicicletta di Bra, rimanendo entusiasta

Ciclismo - A tu per tu con Elisa Balsamo: "Per me lo sport è uno stile di vita"

Donne e sport, un binomio tanto fecondo quanto trascurato. Noi proviamo a spiarlo attraverso Elisa Balsamo, la promessa italiana e non solo, del ciclismo. Uno sport duro, dall’alta percentuale di eroismo, si direbbe per soli uomini. E invece l’istinto alla vittoria non conosce sesso.

Il 14 ottobre 2016 l’atleta della Valcar PBM si è laureata campionessa del mondo su strada nella categoria juniores a Doha in Qatar, imponendosi in una volata di una cinquantina di atlete, grazie al notevole sprint. Su un percorso totale di 74,5 km ha vinto la gara con il tempo di 1h53'04" alla media di 39,534 km/h. Dal 2017 la ventenne peveragnese gareggia tra le Élite e la fame di medaglie non si è arrestata. Dopo l’oro nell'inseguimento a squadre, ha conquistato il bronzo nell'omnium agli ultimi Campionati Europei su Pista di Berlino.

Al Museo della Bicicletta di Bra, dove è stata celebrata con i massimi onori, Elisa si è presentata con la spontaneità che la contraddistingue, dimostrando di aver la testa tra le nuvole dell’Olimpo sportivo, ma i piedi ben saldi per terra, o meglio, nelle proprie radici.

Chi è Elisa Balsamo in tre aggettivi?

“Permalosa, determinata e generosa”.

Che cosa sognavi di fare da piccola?

“Da piccola volevo fare il pilota di aerei, ma era una cosa alquanto irrealizzabile (ride, ndr)”.

Come nasce la tua passione per il ciclismo?

“I miei genitori sono sempre andati in bici. Mia madre era appassionata della due ruote e mio padre ha fatto gare fino alla categoria dilettanti. Loro non mi hanno mai spinto verso il ciclismo, tant’è che inizialmente ho praticato diversi altri sport. Però, alla fine, ho scelto questa disciplina, perché era quella in cui mi sentivo maggiormente portata”.

Chi sono i tuoi miti?

“Non c’è una singola persona. Mi piace prendere spunto e magari unire pregi e talenti di più atleti. Tuttavia, fra tutti, mi piace ricordare Alex Zanardi”.

Quali sono i tuoi punti di debolezza e di forza?

“Tra i punti di forza credo ci siano la determinazione e la voglia di coinvolgere nell’obiettivo anche le mie compagne, cercare di fare gruppo, di trovare una soluzione tutte insieme. I miei punti deboli sono tanti ed è difficile spiegarli. Tutti abbiamo dei punti deboli e la difficoltà di affrontare delle giornate più negative di altre è già uno di questi”.

Quali sensazioni provi ora che ti trovi nella categoria Élite?

“Il salto di categoria è grande. Passare dalla categoria juniores a questa è davvero molto dura. Però sono contenta, perché, grazie al supporto della mia squadra (corre per il team Valcar PBM, ndr), ho raccolto buoni risultati”.

Che differenza c’è tra correre su pista e correre su strada?

“La pista e la strada sono complementari, perché se uno si allena per la pista può andare bene anche su strada, rimane solo da sviluppare un po’ il fondo. Mentre il contrario è molto difficile. Se uno si allena per la strada è quasi impossibile andare bene anche in pista. Su quest’ultima le gare sono molto più brevi, richiedono velocità elevatissime”.

È più difficile difendere un titolo o conquistarlo?

“Sicuramente sono due cose molte difficili. A parer mio, però, è più difficile difenderlo, soprattutto quando il titolo si conquista in giovane età e non si è particolarmente conosciuti”.

Che cosa ti ha dato questo sport?

“Mi ha dato tantissimo. Per me lo sport è uno stile di vita. Mi ha permesso di conoscere moltissima gente, positiva e meno. Ho stretto amicizie che sicuramente mi segneranno per tutta la vita. Ho incontrato persone che mi hanno insegnato non solo ad allenarmi ed a comportarmi in bici, ma mi hanno dato vere lezioni di vita. Inoltre, il ciclismo mi permette di girare il mondo e di capire che cosa vuol dire fare dei sacrifici per poi, magari, avere delle soddisfazioni”.

Hai mai pensato: chi me lo fa fare?

“Il livello si è alzato tantissimo. Per noi donne è davvero difficile. Per gli uomini esiste la categoria under 23. Quindi si passa da juniores all’under 23 e poi si arriva ai professionisti. Per noi questa categoria non esiste, si passa a 19 anni a correre con donne più grandi e nelle prime gare è davvero dura. Vanno fortissimo, bisogna fare tanti chilometri e, ad un certo punto, ti capita di pensarlo. Succede quando non riesci più a far girare le gambe, ma la passione è davvero tantissima. Mi piace troppo e mi diverto”.

Nei momenti di difficoltà che cosa ti carica?

“In 160 km, 4 ore di gare ne puoi pensare di cose! Uno deve farsi un po’ una lista (ride, ndr). A parte gli scherzi, ognuna ha un po’ il suo angelo custode. La fortuna di avere delle compagne di squadra è proprio questa. Si cerca di andare a trovare quest’angelo custode, si scherza, si parla, si ride. Nelle gare più importanti abbiamo anche la radiolina e si può comunicare con l’ammiraglia, ogni tanto si raccontano barzellette. Il tempo lo facciamo passare in qualche modo”.

Che ne pensi del doping e di chi è la colpa quando un atleta decide di doparsi?

“Mi dispiace sentire queste parole, perché non tutti sanno come viviamo noi atleti. Siamo reperibili 24 ore su 24 e penso che questo quasi nessuno lo sappia. Per l’AMA (L'Agenzia Mondiale Antidoping, ndr) dobbiamo indicare tutti i giorni dove dormiamo e dare la reperibilità. Spesso e volentieri ci arrivano i controlli a casa. Quindi, magari, chi parla male degli sport e degli sportivi, alludendo soprattutto al ciclismo, non sa forse tanto bene quello che dice”.

A che cosa non rinunceresti mai?

“All’onestà”.

A chi devi dire grazie?

“In particolar modo alla mia famiglia che mi supporta, senza di essa sarebbe davvero impossibile. In secondo luogo, ma non è meno importante della famiglia, sono riconoscente alla mia squadra, perché mi ha fatto crescere. Ho corso con la Valcar PBM anche nella categoria juniores e adesso, grazie a tutto il team, ho potuto fare il salto di categoria. Ora mi stanno accompagnando anche in questo percorso”.

Qual è il panorama più bello che hai visto, grazie allo sport?

“Dal punto di vista paesaggistico direi la Norvegia, è davvero bellissima. Ha dei panorami fantastici e una natura stupenda”.

Che cosa ti ha colpito del Museo della Bicicletta di Bra?

“Mi è piaciuto tantissimo vedere tutte le biciclette da lavoro ed è bello pensare che qualcuno abbia raccolto e riprodotto bici del passato che neanche io pensavo esistessero. Poi, il numero infinito di maglie di tutti gli atleti che hanno contribuito a realizzare questa esposizione, penso che la rendano unica e davvero ricchissima di ricordi. Un oggetto cult? Impossibile scegliere, perché ci sono talmente tante cose!”.

Sogno nel cassetto?

“Partecipare alle Olimpiadi”.

Progetti futuri?

“Cercherò di affrontare al meglio le classiche del Nord, che arrivano dopo la conclusione della stagione su pista”.

Che consiglio ti senti di dare per essere vincenti?

“Pensare di essere forti e le forzature dei genitori non portano da nessuna parte. Se invece le cose si fanno per divertimento, tutto viene di conseguenza. Quindi il mio consiglio è quello di divertirsi”.

Ovviamente in sella ad una bici.

Silvia Gullino

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